Dichiarazione di voto finale
Data: 
Martedì, 31 Marzo, 2026
Nome: 
Vinicio Peluffo

A.C. 2809-A

Grazie, Presidente. Rappresentante del Governo, colleghi deputati, a detta del Governo e come hanno ripetuto i colleghi di maggioranza, intervenendo in dichiarazione di voto, questo decreto nasce con l'ambizione di affrontare il caro energia. Ebbene, per dirla con grande chiarezza, è rimasta solo l'ambizione, perché il provvedimento che arriva oggi in Aula, dopo una discussione frammentata in Commissione, dopo l'ennesima fiducia, è debole, tardivo e insufficiente. È debole perché non introduce interventi strutturali. È tardivo perché arriva dopo mesi di attesa ed è già stato superato dalla dinamica dei prezzi internazionali; il drammatico conflitto in Medio Oriente e le sue conseguenze globali ne hanno già compromesso l'efficacia senza che il Governo si sia neppure posto il problema di aggiornarlo. È insufficiente, perché non interviene sulle cause del problema.

Partiamo dalle famiglie. Il Governo introduce un contributo di 115 euro ai titolari di bonus sociale per il 2026. Proviamo a dirlo senza enfasi: non è una misura in grado di incidere sulla realtà delle bollette, non compensa gli aumenti, non stabilizza la spesa ed è già stata erosa dai primi effetti della crisi in Medio Oriente, con l'aumento della bolletta dell'8 per cento nel secondo trimestre comunicato ieri, e quindi certificato dall'Autorità di regolazione.

Per quanto riguarda, Presidente, la mancata informazione sulla possibilità di passaggio dal mercato a maggior tutela alle tutele graduali, cui faceva riferimento prima il presidente Gusmeroli, immagino che si riferisse al Governo, perché è il Governo che non ha fatto alcuna informazione (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista). Gli emendamenti per chiedere la campagna di informazione li ha fatti l'opposizione. Che, quindi, venga qui a dire che è colpa delle opposizioni che non fanno informazione è abbastanza curioso.

Ma il punto cruciale è uno solo, il vero problema non è la quantità di energia che produciamo, il problema è il meccanismo con cui si forma il prezzo. Oggi il prezzo dell'energia elettrica è determinato dal gas. Il sistema del prezzo marginale utilizzato nei mercati elettrici trasferisce il costo della fonte più cara a tutte le altre. Questo significa che, anche quando produciamo energia da fonti rinnovabili, anche quando gli impianti sono già ammortizzati, il prezzo rimane alto, non per una necessità tecnica, ma per una regola di mercato che poteva avere senso in altre stagioni, ma oggi, nel mondo di oggi, non è più sostenibile, né efficiente. Allora, la questione è semplice: se non si interviene su questo meccanismo, non si riduce il costo dell'energia. Questo decreto non lo fa, mentre i numeri parlano chiaro: l'Italia paga l'energia elettrica molto più degli altri partner europei  seppure con mix energetici diversi. Quindi, non è una questione congiunturale, è strutturale, e questo differenziale si scarica direttamente su famiglie e imprese. Qui arriviamo al punto cruciale: l'energia oggi non è più solo una voce di costo, è la vera infrastruttura della competitività, è la condizione che determina se un'impresa investe, se un sito produttivo rimane aperto, se una filiera continua ad esistere.

Tre anni consecutivi di calo della produzione manufatturiera non sono un dato casuale; ci dicono che il sistema produttivo italiano è sotto pressione. E questo decreto non riduce strutturalmente il costo dell'energia, non stabilizza i prezzi, non rafforza il sistema produttivo. Presidente, veniamo al cuore del provvedimento: l'articolo 6, una norma tecnicamente complessa, è un bel pasticcio politico, perché interviene prevedendo un meccanismo di compensazione dei costi del gas utilizzato per la produzione elettrica, inclusa la componente ETS, con l'obiettivo dichiarato di ridurre il prezzo all'ingrosso.

Ma questo intervento presenta tre problemi evidenti: il primo, non modifica il meccanismo di formazione del prezzo, che continua a essere determinato dal gas; il secondo, non elimina le rendite infra-marginali: chi produce a basso costo continua a beneficiare del prezzo determinato dalla fonte più cara; il terzo, introduce elementi di distorsione: si interviene in modo selettivo su una tecnologia senza correggere il funzionamento complessivo del mercato.

Poi, c'è un punto ancora più rilevante: questo meccanismo presenta un rischio concreto di incompatibilità con il diritto europeo in materia di aiuti di Stato perché è in netto contrasto con la normativa e con il senso stesso dell'ETS. Il sistema europeo di scambio delle emissioni ha una funzione precisa: dare un prezzo al carbonio, indirizzare verso tecnologie più sostenibili, perseguire gli obiettivi di decarbonizzazione e garantire competitività nella transizione ecologica.

Avete scelto un intervento sbagliato, finanziato attraverso il sistema, quindi sempre dalle bollette di famiglie e piccole e medie imprese, che altera il funzionamento del mercato. Il punto politico è chiaro: questo decreto non è neutrale, è una scelta. È la scelta di mantenere il gas al centro del sistema, la scelta di non intervenire sul meccanismo del prezzo, la scelta di non affrontare le cause strutturali.

La proroga delle centrali a carbone al 2038, approvata dalla maggioranza in Commissione, radicalizza questa scelta, perché non è solo una misura inefficace, ma è una misura che va nella direzione opposta a quella necessaria. Parliamo di impianti fermi da anni, che richiederebbero tempi lunghi e investimenti rilevanti per essere riattivati. Parliamo di impianti che, con i costi ETS attuali e prospettici, non sono economicamente sostenibili, ma soprattutto parliamo di una scelta che manda un messaggio preciso, ossia che l'Italia, invece di accelerare sulla transizione e ridurre la dipendenza dalle fonti più costose e volatili, decide di tornare indietro.

È una scelta che aumenta l'incertezza, che disorienta gli investimenti, che indebolisce la credibilità del Paese. Questa non è una misura di sicurezza energetica, è una scelta regressiva ed è ancora una volta propaganda. Noi abbiamo una posizione diversa, chiara e coerente: le fonti rinnovabili non sono solo una scelta ambientale, sono l'unica leva strutturale per ridurre il costo dell'energia. Hanno costi marginali bassissimi, riducono l'esposizione al gas e, se integrate con strumenti adeguati, consentono di intervenire direttamente sul prezzo.

Per questo abbiamo presentato un pacchetto organico di proposte: contratti per differenza per stabilizzare i prezzi, disaccoppiamento della componente ETS dal prezzo marginale, una strategia europea sul carbon pricing, garanzia pubblica per le PMI sui contratti di lungo termine, una riforma delle concessioni idroelettriche. Strumenti tecnici compatibili con il diritto europeo, che intervengono dove il problema nasce. Il Governo li ha respinti tutti. Questo dimostra che la scelta non è tecnica, è politica.

Nel nostro Paese esistono, peraltro, risorse già disponibili, che potrebbero essere utilizzate per ridurre strutturalmente il costo dell'energia: i proventi delle aste ETS, il gettito IVA sui prezzi del gas, i dividendi delle imprese energetiche partecipate dallo Stato. Parliamo di circa 10 miliardi di euro ogni anno. Non vengono utilizzati come potrebbero e dovrebbero, e le rendite infra-marginali restano intatte. Questo decreto gestisce male il presente.

È un'occasione mancata per le famiglie, che continueranno a pagare bollette alte; per le imprese, che continueranno a competere in condizioni peggiori; per il Paese, che resta più esposto, più costoso e meno competitivo. Avete scelto di non cambiare il sistema, avete scelto di non intervenire sulle cause, avete scelto di rinviare ancora. Noi no! È per questo che il nostro sarà un voto contrario al provvedimento.